
C’è un istante, in teatro, prima che le luci si spengano del tutto, in cui il tempo sembra fermarsi. È il momento in cui il pubblico trattiene il respiro e il palcoscenico si prepara a diventare un altro mondo.

Al Teatro “La Locandina” di Pagani quell’istante ha un valore speciale: profuma di casa, di attesa condivisa, di un rito che da 47 anni la compagnia “Sipario Aperto” rinnova con passione e dedizione, custodendo il miracolo fragile e potente del teatro.
Appena una settimana fa, sabato 28 febbraio, con l’ultima delle nove repliche, quell’attesa aveva un sapore diverso. Non era soltanto la conclusione di una programmazione, ma il compimento di un percorso. Quando il sipario si è aperto su Romeo e Giulietta, ho avuto la sensazione che non stessimo per assistere semplicemente a uno spettacolo: stavamo per entrare dentro una storia che continua a vivere, ogni volta, come fosse la prima.

Il capolavoro di William Shakespeare attraversa i secoli con la forza di una memoria universale. Eppure, in quel piccolo spazio, non c’era nulla di distante o accademico. La faida tra Montecchi e Capuleti pulsava come una ferita contemporanea; l’amore dei due giovani non era letteratura, ma carne viva.

Al centro di tutto, prima ancora dei personaggi, c’era una famiglia vera: i De Pascale – Carmine, Valeria, Cristina e Alessandro. Non hanno semplicemente messo in scena un classico; hanno portato sul palco un’eredità, un’idea di teatro come radice e appartenenza. In ogni gesto si avvertivano anni di dedizione, sacrifici silenziosi, giovani cresciuti tra quinte e prove serali.

Cristina e Alessandro De Pascale, fratelli nella vita e amanti in scena, hanno incarnato i due protagonisti con una naturalezza disarmante. Non interpretavano Romeo e Giulietta: li abitavano. Nei loro sguardi si leggeva la scoperta, l’impeto, la paura e insieme la meraviglia del primo amore. Durante la scena del balcone il pubblico sembrava sospeso, quasi timoroso di spezzare quell’incanto fragile e luminoso. Le parole non restavano nell’aria: arrivavano dritte al cuore.

Accanto a loro, uno straordinario Mercuzio interpretato da Luigi Fortino ha incendiato la scena con parole argute e ritmo serrato. Energia pura, ironia e destino intrecciati. E quando il suo slancio si è spezzato, in teatro è calato un silenzio denso, quasi doloroso.

Fabrizio Manfredonia ha dato vita a un Teobaldo fiero e intenso, con una presenza scenica vibrante ma sempre misurata. Insieme hanno costruito un equilibrio raro tra impeto e controllo, tensione e sospensione.

Le scene corali restituivano con forza l’odio antico tra Montecchi e Capuleti. Ma erano i momenti più intimi a toccare corde profonde: l’addio prima dell’esilio, lo smarrimento, la corsa contro il destino. Nessuna enfasi superflua, solo verità emotiva.

Tra le figure che hanno dato solidità alla narrazione emerge anche quella di Carmine De Pascale, nei panni di Capellio, padre di Giulietta: austero, severo, a tratti dispotico, come il personaggio richiede. La sua interpretazione porta con sé l’esperienza di una vita dedicata al teatro. Non è soltanto un attore in scena, ma un autentico punto di riferimento della compagnia, una presenza che tiene insieme passato e presente di “Sipario Aperto”.

Accanto a lui, gli altri interpreti hanno completato con equilibrio questo affresco teatrale: il frate Lorenzo di Valerio Conturso, saggio e profondamente umano; il Benvolio delicato di Simone Rocco; il Paride misurato di Armando Ferrara; il Principe autorevole di Pietro Giordano, che ha vestito anche i panni della “coscienza”.
Rosalba Canfora ha regalato una Donna Montecchi aristocratica e materna, mentre Monica Civale – autrice anche dei costumi accurati e coerenti – ha dato a Madonna Capuleti una presenza composta e intensa.

E poi la balia. Valeria De Pascale è stata uno dei fili emotivi più forti della serata: materna, ironica, struggente. Con lei si rideva e, un attimo dopo, si percepiva il peso della tragedia avvicinarsi. Come Mercuzio, è stata un pilastro del racconto.

La scenografia essenziale si è rivelata una scelta intelligente e poetica. Le scale componibili e movibili – curate da Pinetto Giordano e Dario Bonaduce – si trasformavano davanti ai nostri occhi: giaciglio degli amanti, feretro silenzioso, balcone sospeso tra sogno e realtà.

Le luci di Mattia Barbato e Marco Amantea scolpivano gli spazi emotivi, accendendo l’odio e accarezzando l’amore. E la musica, con le struggenti note della colonna sonora del film di Franco Zeffirelli, creava momenti fuori dal tempo, come se passato e presente si fondessero in un’unica emozione.

Un riconoscimento va anche al maestro d’armi Gianmarco Volpicelli, che ha preparato gli attori nei combattimenti di scena con grande attenzione al gesto e al portamento, rendendo credibili e intensi i duelli che scandiscono la tragedia.

E dietro ogni spettacolo, come spesso accade, c’è anche un lavoro silenzioso ma prezioso: quello grafico. Le locandine che accompagnano gli spettacoli della compagnia portano la firma di Rosa Amodio, capace di tradurre visivamente lo spirito delle storie che poi prendono vita sul palco.

Ho assistito a tutte le sfumature dell’amore: quello impetuoso, quello proibito, quello disperato. E quando il sipario è calato, ho visto occhi lucidi non solo tra il pubblico, ma anche tra gli attori. Perché mettere in scena un’opera così celebre comporta un rischio: quello di rifugiarsi nella forma.
La compagnia “Sipario Aperto” ha scelto invece la strada più difficile e più vera: quella dell’emozione.

Con umiltà, rispetto e autenticità, questi attori hanno dimostrato che i grandi classici non appartengono ai musei, ma ai cuori delle persone.

E così, in quel piccolo teatro di provincia, per una sera ancora, l’amore ha sfidato l’odio e il palcoscenico è diventato un luogo dove il tempo non passa mai davvero.

Sono uscita con il cuore pieno e con una certezza semplice: il teatro continua a vivere proprio grazie a serate come questa.
Piccole, sincere, ma capaci di restare dentro.
Proprio come un piccolo miracolo.

Foto: Archivio Antonio Duke Caporaso





