
Sento parlare spesso di politiche di genere, di pari opportunità, di violenza sulle donne e, su questi importantissimi argomenti, noto molta confusione, inesperienza e una strumentalizzazione politica fuori luogo. Ancora più di sovente, purtroppo, devo sottolineare la totale assenza di umanità, prima ancora che di conoscenze legislative e fattive, sul tema della violenza di genere e della disparità, ovunque presente, tra uomini e donne.
Non sono la dea ex machina con la risposta sempre pronta, né ho la saccenza di chi sa ma non ostenta; tuttavia, mi sembra opportuno fare un po’ di chiarezza e riportare un po’ di verità su determinate questioni che accadono nel mio Paese.
Non sono contraria a priori all’utilizzo di simboli, seppur alcuni opinabili e assolutamente fuori luogo, né a convegni sulla discriminazione di genere e, ancor più, sulla violenza contro le donne. Ciò che non accetto è dire una cosa e farne un’altra: il comportamento di taluni uomini e di alcune donne (ancora peggio) mi disgusta e va assolutamente condannato, perché non è solo intriso di paternalismo e di bieca misoginia, ma rappresenta anche un cattivo esempio, amorale sia nel campo istituzionale sia nella vita quotidiana.
Non è altresì accettabile il linguaggio di matrice maschilista utilizzato da esponenti politici nei confronti di donne impegnate. Insomma, si predica bene e si razzola male. E, detto papale papale, non è assolutamente giusto né decoroso fare tanta scena e utilizzare simboli come le scarpe rosse o le panchine rosse se poi, nella prassi, ci si comporta in senso opposto.
Non prendo le difese delle donne colpite da parole, sguardi e gesti ignominiosi e misogini, perché so che sanno difendersi da sole; richiamo però l’attenzione di tutte e di tutti sull’importanza di prendere parola quando accadono episodi sconcertanti, legati a offese di matrice paternalistica e maschilista nei confronti delle donne, di tutte le donne.
Non dobbiamo soltanto indignarci quando vediamo o sentiamo determinati attacchi: dobbiamo prendere posizione, perché solo così la coscienza collettiva potrà finalmente cambiare.
Con questo non voglio assolutamente dire che tutte le donne meritino di ricoprire ruoli istituzionali, specialmente incarichi relativi alle pari opportunità e alle politiche di genere, senza conoscerne i contenuti, senza averli studiati e senza aver lavorato in modo concreto in questi settori. Questo, però, è un altro discorso: riguarda nomine politiche ingiuste e ingiustificate, conferite senza considerare competenze e, oserei dire, sensibilità.
Non è neppure accettabile che figure femminili istituzionali scadano, sui social o nella vita reale, in affermazioni degne di vecchiette attempate con la bava alla bocca o in atteggiamenti da adolescenza tardiva nei confronti dell’attore o del cantante “strafigo” di turno. Il decoro deve essere mantenuto.
È necessario, infine, sottolineare che non tutte le donne, specialmente quelle impegnate in politica, meritino di restare dove si trovano solo perché raccomandate o manovrate dalla politica più clientelare e nepotistica che possa esistere.
Annalisa Capaldo






