
C’è una domanda che torna nei momenti di stanchezza, quando la sera si abbassa e il rumore del giorno non riesce più a coprire il brusio interiore: «Cosa c’è che non va in me?» una domanda che, in fondo, tocca il senso della vita più di quanto immaginiamo.
È una domanda che sembra umile, quasi onesta. Ma sotto la sua superficie si nasconde un presupposto severo: che ci sia qualcosa di rotto. Che la vita abbia un manuale implicito e che noi, in qualche modo, lo stiamo usando male.
L’essere umano ha una tendenza raffinata all’autointerrogazione. Si osserva, si misura, si confronta. E quando avverte una distanza tra ciò che è e ciò che “dovrebbe essere”, conclude rapidamente che il difetto è interno. È un movimento quasi automatico: se qualcosa non funziona, il problema sono io.
Ma questa logica lineare trascura un dato fondamentale: non siamo isole. Siamo immersi in relazioni, abitudini culturali, idee condivise su cosa significhi essere “giusti”.Come ricordava Paul Watzlawick, non possiamo non comunicare; allo stesso modo, non possiamo non essere influenzati dal contesto in cui cresciamo e viviamo. A volte la sofferenza non è il segno di qualcosa che non funziona dentro di noi, ma il risultato di una distanza tra la nostra forma e le aspettative che ci avvolgono.
Quando una persona chiede «Cosa c’è che non va in me?», spesso sta vivendo una frattura tra aspettativa e realtà. Non è abbastanza produttiva, abbastanza felice, abbastanza stabile. Ma “abbastanza” rispetto a quale parametro? E chi stabilisce quella soglia? La misura non è mai neutra: nasce sempre da uno sguardo, da un contesto, da un’idea di ciò che dovrebbe essere. Un’idea che assorbiamo fin dall’inizio, perché è il modo in cui la società definisce ciò che è accettabile, ciò che è adeguato, ciò che merita riconoscimento.
C’è un altro aspetto più sottile. A volte quella domanda diventa un modo per rassicurarci: se il problema sono io, allora posso provare a sistemarmi. Posso analizzarmi, scavare, cercare nel passato il punto esatto in cui qualcosa si è incrinato. Posso guardarmi dentro con insistenza, come se la risposta fosse nascosta lì, pronta a essere trovata. Eppure, come ricordava Paul Watzlawick, guardarsi dentro non sempre chiarisce. A volte succede il contrario: più cerco il difetto, più finisco per convincermi che esista davvero.
Il senso della vita non sembra emergere dall’analisi ossessiva del proprio presunto errore. Piuttosto, si delinea nel modo in cui rispondiamo alle circostanze. Viktor Frankl parlava di responsabilità come capacità di risposta: non controllo ciò che accade, ma posso scegliere l’atteggiamento con cui lo affronto. In questa prospettiva, la domanda cambia forma. Non più «Cosa c’è che non va in me?», ma «Cosa sta accadendo dentro di me in questo momento?»
Forse il disagio che interpretiamo come difetto è un segnale di transizione. La vita tende a cercare un equilibrio, ma l’equilibrio non è qualcosa di fermo. È un movimento continuo tra ciò che resta e ciò che cambia. Quando la forma in cui vivevamo non ci contiene più, qualcosa dentro di noi inizia a farsi sentire. Non per romperci, ma per spingerci verso una nuova organizzazione di noi stessi.
Il senso della vita non è qualcosa da trovare dentro di sé come una chiave smarrita. Non è nascosto in un punto preciso che, una volta scoperto, sistema tutto. Si costruisce giorno dopo giorno, nel modo in cui affrontiamo le difficoltà, nelle scelte che facciamo, nelle relazioni che attraversiamo.
Non significa eliminare ogni dubbio o contraddizione, ma imparare a convivere con ciò che non è perfetto. Essere incompleti non è un difetto: è la condizione reale di chi vive, cambia, prova, sbaglia e riparte.
Forse non c’è nulla che “non va” in te.
Forse c’è qualcosa che si sta trasformando, e chiede tempo per trovare una nuova forma.
E il cambiamento, per sua natura, destabilizza prima di riorganizzare. 🌿
Forse allora quella domanda non è un atto d’accusa, ma un momento di passaggio. Non arriva per dirti che sei sbagliato; arriva quando qualcosa dentro di te non vuole più essere ignorato, quando una parte chiede ascolto invece che correzione.
Può darsi che non serva trovare subito una risposta. Può darsi che, prima ancora di cercare spiegazioni, sia necessario cambiare il tono con cui ti rivolgi a te stesso.
«Cosa c’è che non va in me?» può trasformarsi lentamente in una domanda più morbida, più aperta: «Cosa sta attraversando la mia vita in questo momento?» «Cosa chiede di essere compreso, e non aggiustato?»🌿
Non tutto ciò che vacilla è rotto. Non tutto ciò che fa male è un errore. A volte è semplicemente un equilibrio che si sta trasformando, una forma che non ti contiene più come prima.
Il senso della vita non si rivela quando eliminiamo ogni dubbio, ma quando smettiamo di vivere il dubbio come una sentenza. Quando non ci trattiamo più come un problema da risolvere, ma come una persona che sta attraversando una fase, con le sue fragilità e le sue possibilità.
Esiste un’altra strada. Non quella del perfezionamento continuo, ma quella dell’accoglienza. Imparare a restare dalla propria parte, anche quando non ci sentiamo all’altezza. Imparare a riconoscerci degni di rispetto, anche quando non siamo “abbastanza” per le aspettative del mondo.
Forse, in certe sere silenziose, non c’è davvero nulla da sistemare. C’è solo da restare presenti a se stessi, con meno giudizio e più gentilezza. Perché non tutto ciò che chiede attenzione va corretto. A volte va solo amato.
– Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.
– Frankl, V. E. (1959). Alla ricerca di un significato della vita (Man’s Search for Meaning). Milano: FrancoAngeli.
– Watzlawick, P. (1997). Guardarsi dentro rende ciechi. Milano: Ponte alle Grazie.
Un articolo di Carmen Fortino








