
Vorrei precisare alcuni punti del mio intervento di oggi, tenuto in occasione della giornata di sensibilizzazione contro la violenza giovanile, promossa da tre madri illuminate, nonché esponenti del Consiglio dell’Istituto comprensivo “Fresa Pascoli” di Nocera Superiore. Un’iniziativa che definirei, più che un semplice evento, un vero e proprio convegno di buone prassi.
Il titolo scelto, «Li avete uccisi, ma non vi siete accorti che erano dei semi», racchiude con forza il senso profondo della giornata, dedicata alla memoria di Santo Romano e Francesco Pio Maimone, vittime innocenti di violenze inaudite e futili, giovani vite spezzate insieme ai loro sogni e ad un futuro che non potranno più vedere.
A colpirmi maggiormente è stata, com’è naturale, la testimonianza intensa e dolorosa delle loro madri, così come l’intervento del deputato Francesco Emilio Borrelli, che ha ribadito con chiarezza l’importanza di non chinare il capo e di rafforzare il senso civico di ogni cittadino, a partire dall’educazione familiare, passando per la scuola, fino al ruolo imprescindibile delle istituzioni.
Desidero tuttavia ribadire un aspetto fondamentale del mio contributo: non era mia intenzione enfatizzare una presunta totale mancanza di sicurezza sul territorio, né denunciare in modo generico l’assenza di spazi ricreativi e culturali per gli adolescenti.
Il senso del mio intervento era piuttosto un invito alla capacità e al dovere di chi amministra e di chi garantisce la sicurezza di fare sempre di più, non in termini di repressione o di una vigilanza capillare fatta di controlli a ogni angolo di strada, ma attraverso una collaborazione sempre più concreta tra cittadini e forze dell’ordine, come è stato opportunamente ricordato anche dal colonnello Albanese intervenuto. Una collaborazione che richiede coraggio, tanto ai giovani quanto a noi adulti, nel denunciare prontamente ciò che non è giusto, nel nostro Paese come altrove.
Allo stesso modo, ho voluto rimarcare l’evidente insufficienza degli spazi ricreativi e culturali: una biblioteca realmente funzionante, un cinema, un teatro anche nel nostro comune, e non soltanto iniziative episodiche o progetti che non riescono a coinvolgere in modo capillare tutti i giovani. È sotto gli occhi di tutti, infatti, la quasi totale assenza di luoghi di aggregazione, che costringe molti ragazzi a spostarsi verso Nocera Inferiore, Cava de’ Tirreni o Salerno.
Questa non vuole essere una critica sterile o distruttiva, né una disamina polemica. È, piuttosto, la constatazione oggettiva di fatti evidenti a chiunque: genitori e non, amministratori, assessori, sindaci, consiglieri o semplici cittadini senza incarichi politici. Tutti vedono che a Nocera Superiore manca uno spazio stabile in cui i giovani possano incontrarsi e stare insieme, anche in condizioni meteo sfavorevoli. Serate sporadiche di concerti, peraltro non sempre realmente coinvolgenti, non possono bastare per affermare che si stia già facendo abbastanza per le nuove generazioni.
La sfida, oggi più che mai, è trasformare il dolore in responsabilità e la memoria in azione concreta. Solo così quei “semi” potranno davvero continuare a germogliare.
Naturalmente, durante l’incontro mi era stato chiesto di leggere un articolo e di quel testo ho scelto consapevolmente di condividere solo un breve stralcio, da me scritto con un taglio sociologico, partendo dall’analisi di un singolo episodio di violenza avvenuto nel mese di novembre a Nocera Superiore, ai danni di un adolescente. Il riferimento era dunque circoscritto e volutamente focalizzato su quell’episodio specifico, senza alcuna generalizzazione forzata o allarmistica.
Da quel caso concreto, tuttavia, l’intento era quello di allargare lo sguardo a una riflessione più ampia e necessaria: la costruzione di regole condivise, il tema della sicurezza intesa in senso educativo e comunitario, e soprattutto la capacità di creare esempi positivi ed empatia tra i giovani. Solo attraverso un lavoro profondo sulle relazioni, sull’ascolto e sulla responsabilità collettiva è possibile prevenire il ripetersi di piccole e grandi sciagure, trasformando episodi di violenza in occasioni di consapevolezza e crescita per l’intera comunità, come l’evento a cui ho partecipato quest’ oggi.
In conclusione, tengo a precisare che non va generalizzato un intervento che, nel mio caso, mirava esclusivamente a rimarcare la necessità di un dialogo più autentico e costante con i giovani, insieme all’urgenza di creare spazi che siano realmente richiesti e vissuti da loro, come una biblioteca, un cinema, un teatro, ma anche serate e attività da svolgere all’interno del centro sociale, che non dovrebbe essere destinato soltanto agli anziani o alle persone diversamente abili, bensì aprirsi anche alle nuove generazioni.
Parlo della creazione di occasioni che favoriscano l’aggregazione: non la “movida” nel senso più superficiale del termine, ma luoghi e momenti di ritrovo, di incontro, di condivisione., perché è inutile raccontarsela e suonarsela da soli, sostenendo che vada tutto bene, che i progetti esistano e che le iniziative siano numerose, quando poi la realtà è sotto gli occhi di tutti.
Ogni fine settimana, soprattutto il sabato sera, i nostri figli, chi ne ha lo sa bene, sono costretti a spostarsi verso Nocera Inferiore, Cava de’ Tirreni o altri comuni limitrofi per trovare un minimo di vita sociale: anche solo per incontrare coetanei, mangiare un kebab o, semplicemente, stare un po’ insieme.
Non va tutto bene e questo è evidente.
Negarlo non serve a nessuno.
Riconoscerlo, invece, è il primo passo per cambiare davvero le cose.
E, infine, se non si ritiene opportuno prestare attenzione alle mie parole, allora si scelga la via più semplice e più onesta: chiedere direttamente ai giovani di che cosa abbiano bisogno. Intervistarli, ascoltarli, coinvolgerli davvero. Rivolgersi a ragazze e ragazzi dai 12 ai 25 anni, magari attraverso un sondaggio strutturato, e domandare loro che idea abbiano di questa città, che cosa funzioni e che cosa manchi, di cosa abbiano realmente bisogno per viverla pienamente e per sentirsi parte integrante di una comunità.
Non si tratta di un’operazione complessa né irrealizzabile. Serve solo la volontà di ascoltare, senza filtri e senza pregiudizi perché spesso le risposte sono già lì, nelle voci dei giovani stessi: basta avere il coraggio, e l’umiltà, di porre le domande giuste. La violenza, l’insoddisfazione di fondo, l’apatia e l’anomia, intesa come mancanza di regole condivise, così come le sciagure che ne possono derivare, non sono fenomeni ineluttabili. Possono essere prevenuti anche a partire da un gesto semplice ma fondamentale: chiedere ai giovani quali siano i loro reali bisogni, le loro esigenze, i loro sogni, le preoccupazioni che li attraversano e, soprattutto, la loro volontà di vivere in un mondo migliore.
Ascoltare queste voci significa riconoscere nei giovani non un problema da gestire, ma una risorsa da coinvolgere. È attraverso il dialogo, l’ascolto e la costruzione di risposte condivise che si possono evitare quelle piccole o grandi sciagure, quei disastri e quelle tragedie su cui, troppo spesso, ci si ritrova a piangere solo dopo, quando ormai è tardi.
Annalisa Capaldo
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