
Una sequenza di episodi drammatici, di morti difficilmente accettabili e di eventi che lasciano sgomenti, ha segnato l’inizio di questo nuovo anno. Non è una carrellata di orrori né un’esibizione del dolore: è piuttosto un tentativo di prendere coscienza, di dare un nome allo smarrimento e trovare la forza di andare avanti.
C’è innanzitutto la tragedia di Crans-Montana, quella dei giovani morti mentre festeggiavano l’arrivo del nuovo anno. Ragazzi che avrebbero potuto essere i miei figli, stretti in un brindisi sotto un soffitto di poliuretano, senza vie di fuga alle spalle, senza uscite di sicurezza lungo il loro cammino. Una morte assurda, che interroga le coscienze e lascia una ferita aperta.
Si chiamava Libera Icario, aveva 33 anni ed era una mamma di Scafati. È morta dopo il parto avvenuto all’ospedale Martiri del Villa Malta di Sarno. Una tragedia che ha profondamente scosso l’intera comunità, riunitasi in silenzio e commozione per l’ultimo saluto.
Tutto sarebbe precipitato il giorno del parto, lo scorso 2 gennaio. Dopo aver dato alla luce la sua bambina, Libera avrebbe iniziato ad accusare sintomi preoccupanti: forti mal di testa e problemi alla vista. Il quadro clinico si sarebbe aggravato rapidamente, al punto da rendere necessario il trasferimento d’urgenza all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, dove la giovane donna è morta poco dopo.
Secondo una prima ricostruzione, il decesso sarebbe stato causato da un’emorragia cerebrale sopraggiunta in seguito al parto. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta per fare piena luce sulle cause della morte e sulla gestione del caso da parte delle strutture sanitarie coinvolte.
Sul piano internazionale, l’attacco condotto dagli Stati Uniti a Caracas con l’obiettivo di catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro avrebbe causato, secondo quanto dichiarato dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello, la morte di almeno 100 persone. «Finora – e sottolineo finora – ci sono 100 morti e un numero simile di feriti», ha affermato durante una trasmissione della televisione pubblica, definendo l’azione «terribile». Nel corso del blitz, lo stesso Maduro e la moglie Cilia Flores sarebbero rimasti feriti, anche se – ha precisato il ministro – entrambi sarebbero in fase di recupero.
Dolore e sgomento anche a Mercato San Severino per la scomparsa di Carmen Grotta, morta a soli 34 anni l’8 gennaio 2026. La notizia ha colpito duramente l’intera comunità, in particolare la frazione di Acquarola, dove la giovane donna viveva.
Secondo le prime informazioni, si tratterebbe di un drammatico evento avvenuto in ambito domestico. A rendere la tragedia ancora più lacerante è il fatto che Carmen era diventata mamma della piccola Amalia da meno di un mese: un tempo che avrebbe dovuto essere colmo di speranza e felicità, trasformato invece in un dolore improvviso e inspiegabile.
Infine, lo sguardo si sposta sugli Stati Uniti, dove oggi sembra bastare poco per perdere la vita per mano delle forze di polizia. È accaduto a Minneapolis, a Renee Nicole Good. Episodi che riportano al centro il tema della militarizzazione del quotidiano e dell’impunità con cui la violenza istituzionale viene esercitata: una deriva che dovrebbe allarmare tutti e spingerci a reagire.
Questi eventi mi hanno colpita in modo profondo, quasi fisico. Ho avuto bisogno di tempo per assorbirli, per lasciarli depositare dentro di me, non tanto per spiegarli, perché spesso una spiegazione non esiste, quanto per dar loro una collocazione, un senso, una posizione mentale. Dal punto di vista sociologico restano aperti troppi interrogativi, troppi vuoti, troppi ponti che non portano a risposte.
Non mi rifugio facilmente nel caso, nella fatalità o in un disegno superiore. Per indole e per cultura credo che l’essere umano sia, in larga parte, artefice del proprio destino. Anche davanti a eventi che sembrano incomprensibili, resto convinta che, accanto all’imprevedibile, esistano responsabilità. A volte nascoste, a volte taciute, a volte difficili da far emergere, ma quasi mai assenti.
La tragedia di Crans-Montana è una di queste ferite che non trovano parole. Al di là delle concause e delle responsabilità che emergeranno, resta un dolore assoluto: quello di un genitore che vede portarsi via un figlio mentre sta festeggiando l’inizio di un nuovo anno. Non c’è analisi tecnica che possa lenire una simile perdita.
Ancora più lacerante è il tema delle due madri morte a pochi giorni dal parto, proprio nel momento che dovrebbe rappresentare la massima espressione della vita. Nel caso di Libera, morta per un’emorragia cerebrale, ci sono indagini in corso che dovranno chiarire se tutto ciò che era possibile fare sia stato fatto. Nell’altro caso, quello che mi ha colpita più da vicino, si affaccia l’ombra di una depressione post partum culminata in un suicidio: un epilogo inaccettabile, devastante, che parla di solitudine, di silenzi, di mancanze sistemiche.
Sul piano internazionale, l’attacco americano apre scenari ancora più inquietanti. Senza dimenticare il genocidio del popolo palestinese nella Striscia di Gaza ad opera di Israele e del criminale Netanyahu, né i morti che continuano ad accumularsi nella guerra tra Russia e Ucraina e negli altri conflitti sparsi nel mondo, che non elenco, ma che non rimuovo, l’aggressione degli Stati Uniti mi preoccupa profondamente. Il mondo sembra sempre più governato da logiche criminali, dove la forza prevale sul diritto e l’interesse economico sulla vita umana. Nel caso di Trump, l’obiettivo appare evidente: assoggettare una nazione per appropriarsi delle sue risorse, in questo caso il petrolio.
E poi c’è la morte di René, negli Stati Uniti, uccisa a sangue freddo, con colpi di pistola alle tempie. Aveva tre figli, come me. È stata assassinata per essere un’attivista, per aver detto la verità. Questo episodio mi sconvolge più di altri, perché racconta una violenza che può accadere ovunque, senza preavviso, senza difese, in una democrazia che tale dovrebbe essere.
È un’escalation di morti e di violenze diverse tra loro: alcune riconducibili al fato, altre chiaramente imputabili alle scelte umane. Tutte, però, capaci di destabilizzare. Scriverne è stato difficile. Lo è ancora. Ma il silenzio lo sarebbe di più.
Non tutto è destino. Molto è responsabilità e continuare a chiamare fatalità ciò che nasce da omissioni, potere e violenza è l’alibi più pericoloso che possiamo concederci.
Annalisa Capaldo








