
Se la tragedia di Capodanno non fosse avvenuta in Svizzera ma in Italia — peggio ancora nel Sud del Paese — nel giro di un’ora saremmo diventati tutti esperti di prevenzione incendi, gestione degli eventi, agibilità dei locali commerciali. Dopo meno di due ore avremmo improvvisato competenze giuridiche e istruito un processo sommario, rivolto in primis ai politici – tanto quelli, nell’immaginario collettivo, sono sempre colpevoli di qualcosa: assessori, sindaci e chissà quanti altri.
Invece è successo nella “precisa” Svizzera. Il Paese in cui tutti conoscono e rispettano le regole, dove nulla è fuori posto, il modello da seguire. E così la narrazione mediatica cambia: non più responsabilità, ma “fatalità”; non più accuse, ma attesa composta. “Sono tragedie che capitano”, si dice. “Con calma, lontano dai riflettori, la giustizia farà il suo corso”. E ci mancherebbe. Anzi, ci auguriamo che vengano davvero verificate correttezza, rigore, rapidità e inflessibilità svizzera nelle indagini.
Nel frattempo, però, emerge un’opinione pubblica che sembra applicare due pesi e due misure. Mi piacerebbe pensare che noi, soprattutto al Sud, siamo semplicemente più severi con noi stessi che con gli altri: pronti a criticare ogni disfunzione del nostro Paese, ma più garantisti quando gli errori accadono altrove.
Eppure qualcosa suggerisce il contrario. Questa critica permanente rischia spesso di trasformarsi in un alibi. In un Paese dove “quasi nulla funziona davvero”, perché dovrei essere proprio io a rispettare le regole? Perché dovrei preoccuparmi delle autorizzazioni, accettare il peso della burocrazia, mettermi in regola fino all’ultimo dettaglio? Perché proprio io, se tanto “è impossibile avere tutto a posto”, se “non possono controllare tutti”, se “tanto cosa vuoi che succeda”?
È in questa zona grigia, tra indulgenza e rassegnazione, che le regole smettono di essere un dovere collettivo e diventano un fastidio individuale.
Ed è lì che le tragedie – di conseguenza – smettono di essere fatalità.
Impariamo, almeno, che le tifoserie sono sbagliate: sempre.
Ancora di più rispetto a eventi talmente dolorosi per le famiglie e le comunità coinvolte che ogni parola sembra sacrilegio








