
Ci sono vite che sembrano attraversare il dolore solo per trasformarlo in luce. La storia di Genoveffa Della Porta è una di queste. Per oltre trent’anni infermiera del nido dell’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, ha fatto della cura un modo di essere, prima ancora che un lavoro. Eppure, la sua missione non nasce in ospedale, ma molto prima: in un’infanzia semplice, segnata da sacrifici e da una naturale inclinazione alla generosità, imparata osservando la madre che, nel piccolo bar di famiglia, offriva un bicchiere di latte e biscotti a chiunque ne avesse bisogno.
La vita le ha chiesto presto il tributo più doloroso: la perdita del figlio Andrea, nato con una grave malformazione e vissuto solo due mesi. Era il 17 giugno. Quel giorno, però, invece di chiudersi nel lutto, Genoveffa comprese che la sua maternità non sarebbe finita lì. Decise che sarebbe diventata la madre di tutti i bambini sfortunati, di tutti quei neonati che vedeva lasciare l’ospedale con un corredino troppo povero, senza un biberon, senza una tutina nuova. Da allora, ogni gesto, ogni scelta, ogni sacrificio è stato dedicato a loro, e ad Andrea.
Così, negli anni al nido, la sua auto diventò un piccolo deposito mobile: abiti, tutine, coperte, biberon, giocattoli. Lasciava le portiere aperte senza timore, e quando le dicevano che qualcuno avrebbe potuto rubare tutto, rispondeva semplicemente che, se fosse accaduto, significava che quei bambini avevano bisogno ancor più dei suoi. Portava conforto anche ai colleghi: una cioccolata calda durante il turno di notte, una parola gentile, una festa improvvisata. Creava legami, costruiva comunità, accendeva una catena di solidarietà silenziosa e preziosa.
Poi, a due giorni dalla pensione, la vita ha colpito ancora: un’ischemia devastante, tre mesi di coma, la sedia a rotelle. Molti la credevano perduta, ma Genoveffa è tornata, sostenuta dall’amore dei suoi figli e dalla determinazione che l’ha sempre guidata. E anche in questa fragilità ritrovata, ha continuato la sua missione.
Nel 2018, insieme alla sorella Rita, agli amici di una vita e a tanti colleghi, ha fondato l’associazione “La Casa di Andrea”, il dono più grande che potesse fare al suo bambino. E il 17 giugno, nel giorno in cui Andrea avrebbe compiuto 34 anni, un luogo simbolico si è trasformato in speranza: la vecchia cella per detenuti dell’ospedale è diventata la “Stanza di Andrea”, uno spazio dove le famiglie in difficoltà possono ricevere ciò che serve ai loro neonati per cominciare la vita con dignità.
Questa è la storia di una donna che non si è mai considerata un’eroina, pur avendone incarnato ogni gesto. Una donna che ha resistito dove altri non ce l’hanno fatta, come ha ricordato suor Agnese, e che ancora oggi continua a seminare bene, con discrezione, con ostinazione, con amore. Una donna che ha trasformato la sofferenza in cura, e la cura in una comunità viva, che oggi attende e sostiene il suo cammino.
Le pagine che seguono non raccontano solo la vita di Genoveffa, ma la testimonianza di ciò che può accadere quando il dolore non viene negato, ma trasformato; quando una ferita diventa un ponte; quando una madre decide che il proprio amore può essere più grande della perdita.
Questa prefazione è un invito a conoscere, a ricordare e a continuare ciò che lei ha iniziato. Perché la storia di Genoveffa non appartiene solo a lei: appartiene a tutti noi.
Che il Signore ti spalanchi le porte del Paradiso!
Annalisa Capaldo





