
Ecco l’omelia di Mons. Orazio Soricelli per Anna Tagliaferri. L’ho trovata molto significativa e credo andrebbe diffusa, è solo questo il mio desiderio e l’omaggio ad Anna (a cura di Rossella Sorrentino)
Fratelli e sorelle
Oggi questa concattedrale è colma non solo di persone ma di domande, di dolore, di smarrimento. Siamo qui perché una vita è stata spezzata in modo violento, ingiusto, assurdo.
Siamo qui per Anna e, davanti a una morte così, le parole rischiano sempre di tradire ciò che sentiamo. Eppure oggi la Parola di Dio è stata proclamata e questo significa che non siamo autorizzati a tacere su ciò che conta davvero.
E se è stata proclamata allora non possiamo far finta di nulla.
La Parola non è un sottofondo religioso al nostro dolore, è una luce che giudica che consola, che smaschera.
La prima lettura è limpida e insieme durissima: chi dice di essere la luce e odia il proprio fratello è ancora nelle tenebre. Non parla di grandi crimini, non parla esplicitamente di omicidio, parla di odio, perché l’odio non nasce all’improvviso, non esplode in un istante, l’odio si insinua, cresce, si giustifica, si traveste. A volte prende il nome dell’amore, a volte della gelosia, a volte del possesso. Ma l’amore vero, quello di cui parla il Vangelo, non ferisce, non umilia, non controlla, non distrugge: l’amore lascia vivere.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza senza retorica e senza sconti: non ogni relazione è amore, non ogni legame è sano, non ogni silenzio è pace. Quando la violenza entra in una relazione la luce si spegne, anche se continuiamo a chiamarlo amore; e la Scrittura oggi ci guarda negli occhi e ci dice che non possiamo abitare la luce se accettiamo le tenebre, se le giustifichiamo, se le normalizziamo. Abbiamo cantato nel Salmo, annunciato a tutti i popoli le meraviglie del Signore. Oggi questa Parola ci mette in crisi: quale meraviglia possiamo annunciare davanti ad una morte così?
La Fede non censura questa domanda, la Fede non è un anestetico che ci fa dire “va tutto bene”, la Fede è il coraggio di stare dentro la ferita, di cercare lì la presenza di Dio.
Il Vangelo ci porta al tempio di Gerusalemme: Maria e Giuseppe portano un bambino, un bambino fragile, esposto, consegnato alle mani degli uomini. Simeone lo prende tra le braccia e pronuncia parole di luce, ma anche parole che fanno tremare: egli è qui per la caduta e la resurrezione di molti e una spada trafiggerà la sua anima. Il Natale non è una favola rassicurante. E’ Dio che entra nella storia, sapendo che la storia può essere violenta, sapendo che l’amore può essere rifiutato, sapendo che la vita può essere uccisa. Oggi quella spada la vediamo, la vediamo nella vita spezzata di Anna, nel dolore della mamma Giovanna, dei fratelli Osvaldo e Federico, e di tutti i suoi cari, nello sgomento di una città intera. E Dio non è altrove, non è distante, è dentro questa ferita, è il Dio che ha conosciuto la morte violenta del figlio, che per questo non resta indifferente davanti a nessuna violenza. Ma Simeone dice anche un’altra cosa, forse la più scomoda: questo bambino sarà segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. Oggi questa morte svela i cuori, svela una cultura che ancora tollera la violenza, svela la parola detta con leggerezza, silenzi colpevoli, giustificazioni che feriscono due volte le vittime. Svela la fatica di educare all’amore vero, al rispetto, alla libertà dell’altro. Per questo oggi non possiamo limitarci a piangere Anna. Il pianto è necessario, è umano, è giusto, ma non basta. Questa morte ci interroga, ci chiede da che parte siamo, ci chiede come parliamo, come educhiamo, come reagiamo quando intuiamo che qualcosa non va. Ci chiede se scegliamo la Luce o se, per comodità o per paura, accettiamo le tenebre. Il dolore di oggi non può essere sterile, non può diventare solo un ricordo. La memoria di Anna chiede di diventare responsabilità, chiede scelte concrete: linguaggi nuovi, relazioni più vere, chiede una conversione che non riguarda solo qualcuno, ma tutti. Perché tutti abitiamo la stessa storia e questa stessa città.
In questi giorni celebriamo il Natale, celebriamo un Dio che si è fatto piccolo, indifeso, consegnato, un Dio che non usa la forza che non domina, che non toglie la vita, e proprio per questo possiamo dirlo con forza: Dio non è mai dalla parte della violenza, mai. Dio sta dalla parte delle vittime, di chi è stato ferito, di chi piange e proprio perché sta lì chiamo ciascuno di noi alla responsabilità.
Affidiamo Anna a questo Dio, non un dio generico, ma un Dio che raccoglie ogni lacrima, che non giustifica il male, che promette che l’ultima parola non sarà la morte.
E chiediamo con verità e umiltà che da questa tragedia nasca una conversione reale, personale collettiva: perché come ci è stato detto “chi ama rimane alla luce”
E oggi più che mai abbiamo bisogno di Luce.
E chiediamo la grazia di non uscire da questa concattedrale come siamo entrati.
Chiediamo che questa morte ci renda più vigili, più responsabili, più umani.
Oggi questa concattedrale è colma non solo di persone ma di domande, di dolore, di smarrimento. Siamo qui perché una vita è stata spezzata in modo violento, ingiusto, assurdo.
Siamo qui per Anna e, davanti a una morte così, le parole rischiano sempre di tradire ciò che sentiamo. Eppure oggi la Parola di Dio è stata proclamata e questo significa che non siamo autorizzati a tacere su ciò che conta davvero.
E se è stata proclamata allora non possiamo far finta di nulla.
La Parola non è un sottofondo religioso al nostro dolore, è una luce che giudica che consola, che smaschera.
La prima lettura è limpida e insieme durissima: chi dice di essere la luce e odia il proprio fratello è ancora nelle tenebre. Non parla di grandi crimini, non parla esplicitamente di omicidio, parla di odio, perché l’odio non nasce all’improvviso, non esplode in un istante, l’odio si insinua, cresce, si giustifica, si traveste. A volte prende il nome dell’amore, a volte della gelosia, a volte del possesso. Ma l’amore vero, quello di cui parla il Vangelo, non ferisce, non umilia, non controlla, non distrugge: l’amore lascia vivere.
Oggi dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza senza retorica e senza sconti: non ogni relazione è amore, non ogni legame è sano, non ogni silenzio è pace. Quando la violenza entra in una relazione la luce si spegne, anche se continuiamo a chiamarlo amore; e la Scrittura oggi ci guarda negli occhi e ci dice che non possiamo abitare la luce se accettiamo le tenebre, se le giustifichiamo, se le normalizziamo. Abbiamo cantato nel Salmo, annunciato a tutti i popoli le meraviglie del Signore. Oggi questa Parola ci mette in crisi: quale meraviglia possiamo annunciare davanti ad una morte così?
La Fede non censura questa domanda, la Fede non è un anestetico che ci fa dire “va tutto bene”, la Fede è il coraggio di stare dentro la ferita, di cercare lì la presenza di Dio.
Il Vangelo ci porta al tempio di Gerusalemme: Maria e Giuseppe portano un bambino, un bambino fragile, esposto, consegnato alle mani degli uomini. Simeone lo prende tra le braccia e pronuncia parole di luce, ma anche parole che fanno tremare: egli è qui per la caduta e la resurrezione di molti e una spada trafiggerà la sua anima. Il Natale non è una favola rassicurante. E’ Dio che entra nella storia, sapendo che la storia può essere violenta, sapendo che l’amore può essere rifiutato, sapendo che la vita può essere uccisa. Oggi quella spada la vediamo, la vediamo nella vita spezzata di Anna, nel dolore della mamma Giovanna, dei fratelli Osvaldo e Federico, e di tutti i suoi cari, nello sgomento di una città intera. E Dio non è altrove, non è distante, è dentro questa ferita, è il Dio che ha conosciuto la morte violenta del figlio, che per questo non resta indifferente davanti a nessuna violenza. Ma Simeone dice anche un’altra cosa, forse la più scomoda: questo bambino sarà segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. Oggi questa morte svela i cuori, svela una cultura che ancora tollera la violenza, svela la parola detta con leggerezza, silenzi colpevoli, giustificazioni che feriscono due volte le vittime. Svela la fatica di educare all’amore vero, al rispetto, alla libertà dell’altro. Per questo oggi non possiamo limitarci a piangere Anna. Il pianto è necessario, è umano, è giusto, ma non basta. Questa morte ci interroga, ci chiede da che parte siamo, ci chiede come parliamo, come educhiamo, come reagiamo quando intuiamo che qualcosa non va. Ci chiede se scegliamo la Luce o se, per comodità o per paura, accettiamo le tenebre. Il dolore di oggi non può essere sterile, non può diventare solo un ricordo. La memoria di Anna chiede di diventare responsabilità, chiede scelte concrete: linguaggi nuovi, relazioni più vere, chiede una conversione che non riguarda solo qualcuno, ma tutti. Perché tutti abitiamo la stessa storia e questa stessa città.
In questi giorni celebriamo il Natale, celebriamo un Dio che si è fatto piccolo, indifeso, consegnato, un Dio che non usa la forza che non domina, che non toglie la vita, e proprio per questo possiamo dirlo con forza: Dio non è mai dalla parte della violenza, mai. Dio sta dalla parte delle vittime, di chi è stato ferito, di chi piange e proprio perché sta lì chiamo ciascuno di noi alla responsabilità.
Affidiamo Anna a questo Dio, non un dio generico, ma un Dio che raccoglie ogni lacrima, che non giustifica il male, che promette che l’ultima parola non sarà la morte.
E chiediamo con verità e umiltà che da questa tragedia nasca una conversione reale, personale collettiva: perché come ci è stato detto “chi ama rimane alla luce”
E oggi più che mai abbiamo bisogno di Luce.
E chiediamo la grazia di non uscire da questa concattedrale come siamo entrati.
Chiediamo che questa morte ci renda più vigili, più responsabili, più umani.








