
Sala buia, porte chiuse, poche luci soffuse: il 22 dicembre 1980 moltissime persone entrarono nei cinema italiani e ne uscirono cambiati. Quello che avevano visto i loro occhi nelle due ore precedenti li avrebbe segnati, se non per sempre, per molto tempo: avevano infatti assistito alla prima nostrana di Shining, il capolavoro di Stanley Kubrick, tra i più discussi e apprezzati della storia del cinema mondiale.
Un albergo semivuoto, la follia che dilaga e avvolge tutto ciò che incontro, come fosse una nebbia da cui non è possibile uscire, la realtà che si fonde con l’immaginazione e continua a camminare sempre sul sottilissimo filo che disgiunge passato e presente e che a un tratto si spezza, facendo sì che queste si fondano e diano vita a una scia di sangue e orrore: questi sono solo alcuni degli ingredienti che hanno reso la ricetta (cinematografica, si intende) talmente buona, da aver scritto la storia del cinema mondiale.
Considerato ancora oggi uno dei migliori horror in assoluto – nonché uno dei migliori film – della storia, Shining, al suo esordio negli Stati Uniti, incassò 622337 $ (che salirono a 44360123 $, al suo ritiro dalle sale), mentre in Italia incassò circa 668 542 ₤ nell’80 e 288447 € al momento della sua riedizione, nel 2017, in soli tre giorni di proiezione.
Ci sono segreti che (quasi) nessuno ha avuto il coraggio di raccontare, perché raccontano un’agghiacciante verità: quello che avete visto sullo schermo era – in buona parte – molto più reale di quanto possiate immaginare.
Chi ha visto il film non può non ricordare l’iconica scena in cui Jack Torrance (Jack Nicholson) tenta di sfondare la porta del bagno in cui si nasconde Wendy (Shelley Duvall). Ebbene, quello che molti non sanno è che dietro quella scena ci sono ben 60 take, che corrispondono esattamente al numero di porte sfondate dall’attore. Sì, perché in origine il reparto oggetti di scena aveva costruito una porta che poteva essere facilmente rotta. C’era un dato che però non aveva considerato: Nicholson aveva lavorato come vigile del fuoco volontario e per lui rompere quella porta era un gioco da ragazzi. Il reparto, quindi, è stato costretto a costruirne altre, più resistenti. La leggenda narra che Kubrick voleva portare il protagonista all’esaurimento: voleva che nei suoi occhi il desiderio di fare a pezzi il set con quell’ascia fosse reale. E lo è stato, tanto che in un video BTS entrato nella storia si vede chiaramente l’attore fuori di sé e la troupe che cerca di allontanarsi da lui, impaurita.
Ma non finisce qui, perché pare che il pranzo di Jack Nicholson, per tutta la durata delle riprese, fosse sempre lo stesso: panini al formaggio. Il profondo odio dell’attore per questo pasto non faceva altro che alimentare la cattiveria, la crudeltà e la frustrazione del personaggio che interpretava.
Non è stato lui l’unico a soffrire davvero per portare a termine le riprese. Anche Shelley Duvall, infatti, ha ammesso senza mezzi termini di ritenere quella performance la più difficile della sua vita. Addirittura pare che lo stress maturato sul set l’abbia portata a un esaurimento nervoso tale da farle perdere anche i capelli durante le riprese.
Vi è poi il “gemelline gate”: le gemelle Grady, in realtà, dovevano essere sorelle, morte all’età rispettivamente di 8 e 10 anni. Le attrici che le intrepretavano, però, erano gemelle e, sebbene la sceneggiatura non prevedesse questo cambio di rotta, nell’immaginario comune sono rimaste comunque le gemelle Grady. Del resto, la loro somiglianza era tale da rendere impossibile qualificarle in qualsiasi altro modo. Inoltre vi è un altro dettaglio che a molti non è sfuggito: il loro posizionamento ricordava una celebre fotografia di Diane Arbus, che Kubrick conosceva personalmente e quindi c’era chi pensava che avesse tratto ispirazione proprio da lei. Eppure il regista ha sempre smentito questa voce, dichiarando che la somiglianza fosse solo una coincidenza.
La leggenda narra inoltre che ci sia stata una discrepanza (forse eccessiva) tra il numero di ciak richiesti per la sequenza dell’ascensore che si apre liberando una cascata di sangue – che ha terrorizzato migliaia di spettatori – e tutte le altre della pellicola. Pare, infatti, che mentre per la prima ne siano bastati solo tre (fermo restando che l’allestimento richiese 9 giorni interi e che l’intera ideazione della scena, solo a livello teorico, richiese un anno), per tutte le altre erano innumerevoli: andavano dai 50 take – vedi l’inquadratura dall’alto in cui una semplicissima palla da tennis rotola fra i giocattoli di Danny Torrance (Danny Lloyd) – ai 148 richiesti a Scatman Crothers (che interpreta il capocuoco Dick Halloran), per inscenare il dialogo sulla luccicanza. Addirittura si dice che l’attore, non molto tempo dopo, sul set di Bronco Billy scoppiò a piangere ricordando i tempi di Shining perché il regista, Clint Eastwood, era solito richiedere un solo take agli attori.
Non a caso, c’è chi sostiene che le riprese siano durate addirittura più di 51 settimane: una prima stima di Variety parlò di 200 giorni, ma pare che fossero troppo ottimistiche. Kubrick ritardò oltremodo, tanto da sforare il budget. Ma quello che conferisce al film un’aura più stramba (per non dire altro) sono i motivi di questi continui ritardi: pare che una volta la troupe fu messa in pausa per giorni perché il regista, appassionatissimo di scacchi, aveva incontrato sul set un attore altrettanto bravo, che riteneva un suo valido avversario. Così, al posto di proseguire con le riprese del film, preferiva sfidarlo, giorno dopo giorno. Quell’attore è Tony Burton e nel film appare per meno di un minuto nei panni di Larry Durkin, colui che affitta lo spazzaneve a Dick Halloran.
“All work and no play makes Jack a dull boy” (“Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo noioso”): questa frase iconica divenuta simbolo di Shining rappresenta il blocco, l’incapacità di agire e la follia crescente di Jack e traccia già un punto di incontro tra la vita dei protagonisti e la follia, quando Wendy trova una macchina da scrivere con queste parole scritte dal marito infinite volte. Ebbene, anche qui la realtà è entrata a gamba tesa nella finzione: quella frase – che in italiano divenne “Il mattino ha l’oro in bocca”, il cui significato è diverso dall’originale, ma pare fosse l’unico corrispettivo possibile – è stata davvero scritta a mano da qualcuno. Quel qualcuno era la segretaria di Kubrick e il numero di pagine che scrisse ammonta a 400. Pare che impiegò settimane, se non mesi, per completare la missione.
Se pensate che il perfezionismo di Kubrick si potesse fermare alle riprese vi sbagliate di grosso. Ne sa qualcosa Saul Bass. Per chi non lo conoscesse, è una delle figure più influenti del panorama cinematografico e dobbiamo a lui l’avvento delle locandine così come le conosciamo oggi. Curò lui le grafiche di Psycho, insieme in pratica a tutte quelle di Hitchcock, fino ad approdare al mondo di Shining. Ebbene, il regista chiese al grafico e illustratore ben 300 versioni del poster (se non di più).
Vi è poi un’astuzia che Kubrick ha messo in scena e che pochi hanno notato: ha completamente stravolto la celebre “regola dei 180 gradi”, secondo cui se due attori sono collocati sullo schermo in una determinata posizione nella prima sequenza, non potranno mai invertire il loro posto nello spazio, a prescindere da quante angolazioni si cambino. Ricordate la scena del bagno, in cui Jack incontra Mr. Grady (il precedente guardiano dell’hotel che uccise la moglie e le figlie)? Lì il regista ha deciso di “oltrepassare la linea” – che in gergo cinematografico indica proprio la volontà di invertire i personaggi – creando un foreshadowing (una prefigurazione) di ciò che accadrà: ci vuole anticipare che le vite e le vicende dei due personaggi si fonderanno nel corso della pellicola, tanto che le azioni di uno coincideranno con quelle dell’altro e le loro storie si confonderanno e confluiranno entrambe in una sola direzione, quella della follia.
Non possiamo non parlare della celebre stanza 237, quella di cui Danny non avrebbe mai dovuto oltrepassare la soglia, perché la sua porta disegnava l’esatto confine tra un passato (macabro) e un presente (che stava per diventarlo). Nel romanzo di Stephen King, però, la stanza era la numero 217. Ma – e anche qui la finzione incontra la realtà – il proprietario del Timberline Hotel – (l’albergo considerato un monumento nazionale dell’Oregon che presta la facciata al film e i cui interni furono ricostruiti negli studios) chiese a Kubrick di non usare quella numerazione, per paura che gli ospiti non avrebbero mai più scelto quella sistemazione.
A proposito delle stanze, c’è una precisazione da fare. L’intero hotel simboleggia il subconscio di Jack: all’interno di ognuna vi è un segreto agghiacciante, un efferato delitto, un fantasma del passato. Aprire quelle porte equivale a far entrare la follia nella sua mente. E in effetti è quello che succede: poco a poco, passo dopo passo, giorno dopo giorno, i suoi pensieri diventano sempre più oscuri e, da semplici pensieri, si trasformano in azioni.
Abbiamo menzionato Stephen King, l’autore dell’omonimo romanzo a cui Shining è liberamente ispirato. Quello che non abbiamo detto, però, è che quest’ultimo ha sempre odiato il film, perché, a differenza degli altri adattamenti cinematografici delle sue opere, aveva completamente stravolto la storia. La faida tra i due si risolse così: quasi un ventennio dopo lo scrittore decise di ideare una miniserie più fedele al suo racconto originale, ma per farlo fu costretto a chiedere i diritti di adattamento a Kubrick. Quest’ultimo decise di cederglieli solo a patto che ritirasse tutte le critiche a Shining. E così fu. Facciamo però un passo indietro: durante le riprese però – proprio come in un film dell’orrore – pare che Kubrick avesse l’abitudine di chiamare King ogni notte, intorno alle tre, senza preavviso, per porgli domande sul romanzo, ma non solo. Spesso si limitava a chiedergli solo: “Credi in Dio?”, e poi riattaccava. Che sia stato (anche) questo ad alimentare un certo astio tra i due?
Infine, l’ultimo – non per importanza ovviamente – mistero legato a Shining riguarda le tre diverse versioni rilasciate del film. La prima uscì solo in alcune sale americane nel 1980, ma fu modificata dopo solo una settimana di programmazione: fu rimosso il pre-finale, in cui il direttore dell’albergo si reca in ospedale da Wendy e Danny e comunica loro che il cadavere di Jack non è stato ritrovato. La pellicola durava 146 minuti, ma fu accorciata, arrivando a 144, e quella divenne la versione ufficiale statunitense. Questa, però, non fu apprezzata né dalla critica né dal pubblico, quindi la Warner Bros. chiese al regista di effettuare ulteriori tagli in vista dell’uscita europea. Kubrick così eliminò altri 25 minuti di girato – che riguardavano soprattutto il background dei singoli personaggi e in cui vi erano le scene di due attori, Anne Jackson e Tony Burton, che furono integralmente tagliate, ma i cui nomi compaiono comunque nei titoli di testa – ma comunque la versione originale, anni dopo, è arrivata ugualmente in territorio europeo.








