
Sì, sono giornalista. Lo sono da 9 anni, durante i quali ho scritto per decine e decine di riviste, magazine, blog, siti. E sì, so perfettamente come funziona il mondo dei media, che mi ha dato da mangiare per quasi un decennio (e lo fa ancora oggi). Non sono qui per criticarlo né per smantellarlo, ma semplicemente per fare luce sul suo lato oscuro, che resta tale proprio perché nessuno accende una torcia e lo illumina.
C’è una piccola premessa da fare. Il giornalismo – e i media più in generale – sono un riflesso dell’attualità, ma dalla stessa attingono continuamente perché, si sa, vige la regola (non scritta): “Racconto ciò che vedo oggi, ma lo racconto a modo mio, così che domani ciò che vedrò sarà condizionato da ciò che ho raccontato oggi”. È così, non c’è molto su cui discutere al riguardo.
Un articolo – scritto dalla persona giusta e pubblicato sul giornale giusto – può modificare la visione di un’intera generazione, i suoi desideri, i suoi obiettivi. E lo fa nel bene, ma soprattutto nel male.
A proposito di male, vi è una piaga di cui si parla troppo poco (e la cui narrazione è spesso solo confusionale): la ricerca spasmodica della perfezione che i media – e, più in generale, la società – ci stanno imponendo.
Ecco un esempio lampante e attualissimo: “Dobbiamo laurearci tutti perché la laurea conferisce prestigio e il prestigio fa la persona. Ma dobbiamo farlo entro una certa data, con certi voti e, subito dopo, dobbiamo trovare lavoro entro un certo lasso di tempo, altrimenti non vale”.
Sono anni che leggiamo continuamente articoli su ragazzini che a 21, 22, 23 anni riescono a laurearsi, con 110 lode, impiegando meno tempo del dovuto. “Esticatsi?”, penserà qualcuno. E invece no. Perché questa pratica – apparentemente innocua – sta portando un’intera generazione alla deriva. Sì, sta convincendo ragazzini di 21, 22, 23 anni (ma anche meno) che, se non dovessero riuscire a laurearsi nel breve periodo, sarebbero meno validi dei loro coetanei. Che valore=voto. Come se un voto potesse qualificare una persona. Come se i risultati ottenuti potessero definire un’intera vita. Come se la vita prima dei 25 anni e dopo i 18 dovesse essere una corsa continua verso la perfezione.
Questo ha portato a una condizione gravissima: la smania di arrivare primi a tutti i costi, condita da un continuo paragone con gli altri. “Chi non ce la fa non vale niente e chi non vale niente non ha una vita degna di essere vissuta”. È questo che hanno pensato – a quanto pare, tristemente – moltissimi giovani.
Abbiamo assistito negli anni, impotenti, a centinaia di gesti estremi, compiuti da ragazzi giovanissimi, rei soltanto di non essere riusciti a soddisfare le aspettative della società. Non possiamo sapere cos’era successo nelle loro famiglie quando erano bambini, cosa hanno vissuto a scuola, di chi si sono circondati per tutta la loro vita, questo è certo. Non conosciamo alla perfezione tutte le loro storie né tantomeno le loro fragilità, i loro percorsi, i loro problemi pregressi. Ma quello che è certo al 100% è che siamo tutti colpevoli per non aver permesso che questa società non li distruggesse del tutto. Avevano già delle difficoltà? Stavano già male? Erano già stati spezzati dalla vita? Non importa, perché c’è stata una goccia che ha fatto traboccare il loro vaso – anche se già quasi del tutto stracolmo – e quella goccia l’abbiamo versata noi. TUTTI. L’abbiamo versata con il nostro silenzio, che spesso vale come assenso.
Parlo di noi giornalisti, certo, ma non solo. Perché il “sistema” parte da noi, ma si chiude con le scuole e le università e, nel mezzo, passa per le famiglie e, più in generale, per le persone.
Se da un lato è vero che sono stati alcuni giornalisti – non tutti per fortuna, non voglio fare di tutta l’erba un fascio – a iniziare, pubblicando articoli ridicolissimi acchiappa-like del tipo “Tizio a 22 anni è già medico”, “Caio a 21 anni si è laureato con 110 e lode”, “Sempronio a 25 anni è già CEO di un’azienda multi-miliardaria”, dall’altro sono state le persone che li hanno condivisi, facendoli girare ovunque, sono state le scuole e le università a far credere ai giovani di essere più meritevoli dei loro coetanei semplicemente per i loro voti e il loro rendimento, sono state le famiglie – non tutti, ma molte purtroppo – a inculcare nella testa dei ragazzini che dei semplici numeri potessero qualificarli.
Ma la cosa peggiore di tutte è che nessuno si è domandato: siamo così sicuri che dietro quei risultati ci siano solo gioia, sorrisi e gloria? Perché magari Tizio per diventare medico a 22 anni si è sottoposto a uno stress talmente grande da divorarlo dentro e adesso deve prendere farmaci per dormire. Caio per laurearsi così presto e con un voto così alto si è riempito di caffè e ha smesso di mangiare e adesso combatte contro problemi alimentari che gli potrebbero potenzialmente costare la salute. Sempronio semplicemente era il figlio del nipote dello zio del capo dell’azienda X e vi è entrato non per meriti ma per conoscenza, pestando i piedi a tantissimi 30enni, 35enni, 40enni molto più bravi, esperti e qualificati di lui. Ma questo nessuno lo dice. Perché conta il risultato e non il percorso, ricordiamocelo.
E, nel mentre, magari c’è Francesca (nome di fantasia) che si laureerà a 27 anni perché costretta a fare 3 lavori per potersi mantenere e pagare gli studi, Giorgio (altro nome di fantasia) che terminerà gli studi non prima dei 30 anni perché si è iscritto a 25, dal momento che prima era troppo impegnato a prendersi cura di un parente malato, Claudio (come i precedenti), che non si laureerà mai perché ha capito che studiare non è ciò che vuole dalla vita e preferisce preservare la sua salute mentale che avere un pezzo di carta (che, verosimilmente, potrebbe anche non permettergli di trovare un lavoro sicuro, data la situazione attuale italiana). Le loro storie meritano meno considerazione di quelle dei loro coetanei? Assolutamente no. Anzi, forse ne meritano di più, sono più vere, autentiche, sincere, ma sono meno sensazionalistiche e quindi non vanno bene per un titolo clickbait.
Ricapitolando, la colpa è solo dei media? Ovviamente no. E qui un’altra precisazione va fatta: dobbiamo ampliare il raggio di azione e includere anche i social nel discorso perché tra trend da seguire, immagini di persone irraggiungibili (spesso dovute a filtri e Photoshop, precisiamolo), narrazioni di vite apparentemente invidiabili, hanno contribuito – e non poco – a lanciare il messaggio “le vostre vite devono essere perfette, solo così potrete essere guardati, quindi se non lo siete valete meno degli altri”. E ricordiamo che spesso sono proprio Fb, X, Instagram a far girare e rendere virali articoli come quelli di cui sopra ed è proprio così che i più giovani li leggono molte volte.
Il problema è che c’è una strettissima connessione tra società (il mondo) e media (come viene raccontato il mondo) e il filo che le divide è talmente sottile da potersi spezzare da un momento all’altro. Ho riportato l’esempio della laurea, ma ne avrei potuti fare altri millemila (come, ad esempio, la narrazione di quanto sia bello e positivo dimagrire ed essere in forma, con tanto di titoloni e foto del prima e dopo delle star, ma questo è un capitolo che apriremo in un altro momento).
Chi gestisce le comunicazioni ha il potere in un certo senso, perché noi sappiamo quello che leggiamo, che spesso non descrive esattamente ciò che è, ma è condizionato da ciò che dovrebbe essere/che ci piacerebbe che fosse/che dobbiamo far sapere. Questo cambia giocoforza l’opinione pubblica. E se la stessa è già macchiata – ancora oggi, nel 2025, ahinoi – da dogmi, credenze, leggi scritte e non, che affondano le radici in un’epoca che non rispecchia più quella attuale ma, nonostante ciò, continua a condizionarci, nasce un problema serio: stiamo rovinando intere generazioni, facendo credere loro che la vita sia una continua gara e che se arriveranno ultimi avranno fallito e la loro vita sarà distrutta.
È facile intuire che chi è già più insicuro, fragile, chi aveva problemi pregressi con sé stesso e/o il mondo è facilmente condizionabile da tutto ciò (ma anche chi sembra sicuro di sé può crollare davanti a un muro così alto, sia chiaro).
A tutti i ragazzi che non sanno ancora cosa fare del loro futuro, che si sentono esclusi, emarginati, che pensano di essere rimasti indietro rispetto ai loro coetanei, vorrei dire solo una cosa: la vita vera non è questa. C’è tutto un mondo al di fuori della scuola, dell’università, dietro quei banchi che tanto vi stanno facendo odiare. Prendetevi tutto il tempo che vi serve per stare bene: non dovete correre quando siete troppo stanchi, potete fermarvi quando volete, riprendervi e poi decidere anche di camminare se ritenete che quello sia il passo più adatto a voi.
Usate il vostro tempo magari per imparare a conoscervi, ad amarvi: non dovete rispecchiarvi in una massa, dovete semplicemente guardarvi allo specchio e sapere esattamente chi state vedendo. Siate voi stessi, sbagliate, cadete e poi imparate a rialzarvi, ma con i vostri tempi. Ognuno ha il suo percorso ed è gusto che ognuno capisca come affrontarlo. Non ammalatevi per essere come gli altri, né tantomeno per superarli: non è assolutamente vero che la vita è una gara, ognuno ha la sua strada da seguire.
Avete tutto il tempo per rifarvi, per capire cosa volete davvero, chi volete essere, chi volete diventare. Abbiate la pazienza di aspettare e l’intelligenza di non strafare quando non siete pronti. Ma, soprattutto, godetevi la vita, che è una sola e non vale la pena rovinarla solo per non distinguersi dalla massa. Lasciate alla massa la loro uguaglianza: siate unici, siate chi volete, ma ricordatevi sempre di essere felici.








