
Ieri sera, a Nocera Superiore, nei pressi della stazione ferroviaria, si è consumato un episodio di violenza che lascia senza parole. Un ragazzo di appena quindici anni è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coetanei, cinque, secondo le prime ricostruzioni, con una ferocia che nulla ha da invidiare alle scene più crude di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.
Il giovane, colto di sorpresa, è stato colpito con pugni e calci fino a perdere i sensi. Dal naso e dalla bocca fuoriusciva copiosamente sangue, mentre i suoi aggressori continuavano a infierire. Tutto, pare, per una lite futile tra adolescenti, per un alterco che avrebbe dovuto risolversi con le parole e invece è degenerato in una spedizione punitiva.
Il vero bersaglio dell’aggressione, infatti, sembra essere stato un amico della vittima, riuscito a fuggire correndo sui binari della stazione. Il ragazzo rimasto indietro, inerme, con le cuffiette ancora nelle orecchie, è stato pestato con rabbia cieca.
Sul posto sono immediatamente intervenuti i soccorsi e le forze dell’ordine. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso tutto, e non c’è dubbio che i responsabili verranno presto individuati e puniti. Ma la domanda che tutti si pongono è un’altra: come siamo arrivati a questo punto?
Come madre, come cittadina, come giornalista, non posso restare indifferente. Episodi come questo non sono più casi isolati: sono il segnale di un malessere profondo, che attraversa le nuove generazioni e interpella noi adulti, genitori, insegnanti, istituzioni, in modo diretto e urgente.
Dov’erano gli occhi attenti della comunità? Dov’è finita la soglia del rispetto, della paura delle conseguenze, del valore della vita altrui? Non possiamo limitarci a indignarci per un giorno. Serve un impegno reale e concreto, quotidiano, affinché la violenza non diventi la nuova lingua dei nostri ragazzi.
L’aggressione è avvenuta intorno alle 20, un’ora in cui chiunque avrebbe potuto trovarsi lì. Mio figlio stesso, poco prima, era alla stazione per prendere il treno per Cava de’ Tirreni: quando è tornato, ha trovato il ragazzo a terra, in una pozza di sangue. Le tracce, ancora visibili sull’asfalto, sono un monito terribile.
Mi stringo con tutto il cuore alla famiglia della vittima, immaginando la paura e la rabbia che stanno vivendo. Ma a loro, e a tutti noi, dico che non possiamo più tacere.
Serve l’intervento deciso delle forze dell’ordine anche preventivo, di pattugliamento e di vigilanza sempre più cogente, certo, ma anche quello delle scuole, delle famiglie, delle istituzioni locali. Serve una società che non volti lo sguardo. Perché oggi è toccato a quel ragazzo, ma domani potrebbe toccare a chiunque dei nostri figli.
Non possiamo permettere che la violenza diventi normalità. Apriamo gli occhi, adesso, prima che sia troppo tardi.
Annalisa Capaldo







