
Recensione a cura di Agostino Ingenito. Al Teatro La Locandina, di Pagani, in provincia di Salerno, il Gruppo Teatrale Sipario Aperto ha portato in scena con acuta sensibilità “Le Voci di Dentro” (1948) di Eduardo De Filippo. E il successo, con applausi e sorrisi smorzati carichi di riflessione, hanno fatto da sfondo al termine della messa in scena interpretata dai bravi attori e con la matura regia di Carmine De Pascale. Il cast sul palco del piccolo teatro, riesce a
cogliere la grandiosità dell’opera, quel sospiro amaro dell’animo umano, mettendo in chiaro un’indagine profonda sul perché l’uomo, pur non compiendo un delitto, possa essere irrimediabilmente colpevole. Un monito senza tempo che palesa come vere e proprie confessioni, intrise di odio, risentimento, rancore,” sono la dimostrazione che, se non sono assassini materiali, sono senza dubbio assassini morali. E come l’esistenza possa essere ritrovarsi per scelta, come nel caso dell’invisibile ZiNicola anche in un silenzioso pulpito muto da cui condanna la tristezza morale che lo circonda. L’adattamento realizzato da De Pascale, che da anni propone un intenso ciclo eduardiano, offre spazi armoniosi ai diversi attori in scena, consentendo al pubblico di calarsi man mano nella vicenda teatrale. Bella la scenografia a cura di Pinetto Giordano, come pure i costumi scelti da Monica Civale e perfetti gli effetti sonori e tecniche luci di Dario Bonaduce. Il pubblico percepisce l’impatto immediato in quell’ambiente “familiare” che fa emergere un’indagine tagliente che, come inteso anche nelle prime interpretazioni eduardiana evoca il monito di Franz Kafka che affermava che “la giusta comprensione di una cosa e la incomprensione della stessa non si escludono”. Un assunto che colloca l’opera di Eduardo (scritta in poco meno di un fine settimana, in quel periodo post bellico) in un triangolo drammatico di sospetto, senso di colpa e sogno. Eduardo, lungi dal limitarsi al sogno premonitore, attualizza la tematica kafkiana individuando la matrice del male non in un processo ignoto, ma nella cointeressenza delle bassezze umane che si annidano nelle mura domestiche. La trama si dipana dall’incubo di
Alberto Saporito (il cui ruolo è incarnato con la necessaria nevrosi da Carmine De Pascale che palesa una padronanza notevole e versatilità. Alberto è convinto di aver sognato un omicidio perpetrato dai vicini benestanti, i Cimmaruta. La ritrattazione, forzata dal traumatico risveglio, innesca non la fine, ma l’inizio dell’incubo. Il suo sogno, inteso in senso freudiano come soddisfazione di un desiderio inconscio, rivela la sua stessa inclinazione al sospetto, una piaga che, di fatto, accomuna tutti. L’ossatura della commedia poggia sulla “mirabile progressione narrativa” delle confessioni. Convince e affascina il pubblico, la bella interpretazione di Alessandro De Pascale in “Carlo”, fratello di Alberto, che cerca subdolamente di convincerlo a vendere i beni di casa, smascherando una viltà cinica e pragmatica. La dinamica tra i due fratelli è un efficace contraltare tra la paranoia febbrile e la miseria morale lucida. I membri della famiglia Cimmaruta (un cast corale che include un’eccezionale Valeria De Pascale sempre più assimibilabile per interpretazione alla Titina De Filippo in capacità espressiva e posizione scenica, e una bella sorpresa interpretativa per Cristina De Pascale nei panni della cameriera, conferma il suo stare con disinvoltura sul palcoscenico Luigi Fortino nei panni del portiere che tutto sa e osserva. Maria Rosaria Argentino palesa tutta la sua capacità interpretativa ( le riescono bene i ruoli di pasionaria) nella moglie e madre della famiglia Cimmaruta. Come convince l’interpretazione del giovane Marco Amantea che si cala con intensa emozione, superando presto in un primo impaccio, in quella personalità ambigua del marito e padre Cimmaruta. Belle e intense le interpretazioni delle due sorelle Cimmaruta, Elisabetta Pisciotta e Rosa Amodio. Assolve con disinvoltura al ruolo, Giamarco Volpicelli nei panni del poliziotto. Monica Civale offre un ruolo interpretativo che piace al pubblico, nei panni della moglie di Aniello Amitrano, l’uomo scomparso e vittima di un presunto omicidio, che è interpretato con intensa emozione da Peppe Delfino. Ficcante l’interpretazione di “Capa d’Angelo” di Enzo Crudele. Riesce bene la riproposizione con effetti registrati di quei fuochi artificiali, gli unici suoni di quel “Zi Nicola” a cui Eduardo ritaglia un ruolo fuori scena, da anacoreta casalingo che vive in un soppalco, in un isolamento fisico che è un totale rifiuto di dialogare con questa umanità “egoista e cinica”. Egli non parla, ma comunica solo con i petardi, un codice decifrabile dal solo Alberto. il pulpito muto da cui condanna la tristezza morale che lo circonda.






