
Da Gaza, una lettera al popolo italiano. La gratitudine che attraversa le macerie.
Ci sono parole che non nascono da uno studio o da un comunicato, ma dal buio. Dal ventre della distruzione, tra la polvere e il pianto, dove ogni frase è un frammento di vita che resiste. Qualcuno, a Gaza, ha trovato ancora la forza di scrivere. Non per chiedere aiuto, ma per dire grazie. Una voce collettiva, fragile e immensa, che parla al popolo italiano — a chi ha marciato, manifestato, pregato, pianto, a chi non ha voltato lo sguardo. In queste righe c’è più dignità che in mille discorsi ufficiali. Non c’è retorica, ma memoria viva: quella di un popolo che, pur tra le macerie, riconosce la solidarietà umana come ultimo rifugio possibile. Perché quando tutto crolla, restano solo le parole. E a volte, scriverle, è già un atto di resistenza.
“Al grande popolo italiano, a coloro che hanno rifiutato di tacere in un tempo di silenzio, a coloro le cui voci hanno gridato la verità in un mondo sordo al nostro dolore… Dal cuore della distruzione, da sotto le macerie, da dove il dolore abita ogni vicolo e angolo, vi scriviamo noi, il popolo di Gaza, gente dalle case distrutte e dai sogni bruciati, per dire: grazie. Grazie per non essere rimasti spettatori, grazie perché la vostra umanità ha resistito all’indifferenza globale, grazie perché i vostri cuori hanno camminato con noi nei funerali dei nostri bambini, e perché le vostre lacrime hanno avuto il sapore delle nostre. Figli della nobile Italia, abbiamo udito l’eco dei vostri passi nelle strade, i vostri cori che hanno attraversato il mare. Abbiamo visto i vostri cartelli, le vostre candele e i vostri occhi che non conoscono l’indifferenza. In un tempo in cui la complicità abbonda e la pietà scarseggia, voi siete stati la prova che la coscienza è ancora viva. Gaza, nonostante le ferite, vi tende una mano forata dai bombardamenti, ma colma di gratitudine. I nostri bambini, che hanno scritto i loro nomi sui propri sudari, vi sorridono dalle nuvole… E le nostre madri, che hanno perso tutto, vi mandano preghiere cariche di dolore sincero e amore vero. Vi aspettiamo. Aspettiamo la vostra voce, il vostro sostegno, aspettiamo che i venti del mare ci portino i vostri messaggi e i vostri cuori, aspettiamo di non essere dimenticati ancora, come lo siamo stati da troppi… Grazie a ciascuno di voi, uno per uno, grazie a chi ha pianto con noi senza conoscere i nostri nomi, a chi ha alzato la foto di un martire che non ha mai incontrato, a chi ha sentito il nostro dolore come se fosse il proprio. Vi mandiamo da Gaza assediata un abbraccio carico di dolore, ma ancora caldo. Un abbraccio che non porta il peso della politica, ma quello della vostra umanità che ci ha salvati dall’isolamento totale. Insieme, nonostante tutto, costruiamo un ponte da cuore a cuore, che nessun bombardamento potrà distruggere, e che nessun silenzio potrà affondare. ❤️”
Questa lettera non appartiene alla cronaca, ma alla memoria. Non chiede attenzione, la merita. È la prova che anche dentro la notte più buia, qualcuno sceglie ancora la luce. E mentre la Storia accumula orrori, queste parole semplici ci ricordano che la gratitudine è una forma di resistenza, e la solidarietà — quando è autentica — non conosce confini.
Paolo Consiglio
Nota editoriale: Questo articolo è una lettera di origine anonima diffusa sui canali social e di messaggistica (Telegram) tra il 12 e il 13 ottobre 2025, attribuita a cittadini della Striscia di Gaza. È pubblicato a scopo di documentazione e testimonianza umanitaria, senza modifiche di contenuto o interpretazione politica. L’articolo è redatto nel rispetto della libertà di stampa e del diritto di cronaca, tutelati dall’art. 21 della Costituzione Italiana e dall’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

La lettera, intrisa di gratitudine e dolore, è stata letta da Gabriele Bello, presidente dell’ASI, durante il Concerto Pro-Palestina tenutosi giovedì 16 ottobre al Teatro De Lise di Sarno. Le sue parole hanno commosso l’intero pubblico, suscitando un lungo applauso e un profondo silenzio di rispetto. Un momento di intensa umanità che ha unito le voci di Gaza a quelle della comunità sarnese, in un abbraccio simbolico più forte di ogni confine.






