
Ricordo perfettamente l’11 settembre di 24 anni fa, erano le 14.45 qui in Italia; avevo quasi 23 anni ed ero sdraiata sul letto a scrivere, a penna, la mia tesi di laurea in sociologia politica.
All’improvviso dal piano inferiore della mia abitazione sentii la voce di mio padre, allarmata e concitata: Annalisa, sta succedendo qualcosa di gravissimo! Scendi!
Contemporaneamente ero al telefono con il mio prof di laurea che a sua volta riagganciò per capire cosa stesse succedendo negli Stati Uniti d’America.
Scesi giù ed eravamo sia io che papà attoniti, ipnotizzati davanti a quelle immagini spaventose, simultaneamente trasmesse su ogni canale televisivo: nessuno sapeva cosa stesse succedendo, tuttavia dopo qualche ora tutto venne spiegato.
Gli attentati dell’11 settembre 2001 furono una serie di attacchi suicidi terroristici coordinati, compiuti contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d’America da un gruppo di terroristi appartenenti all’organizzazione terroristica al-Qāʿida.
Il mondo non fu più lo stesso, la nostra vita non più sicura; cielo, terra e mare in balia di fumo e paura e le immagini terrificanti delle persone disperate che si lanciavano dai grattacieli in fiamme schiantandosi al suolo nessuno potra mai dimenticarle, così come le ultime telefonate di quelli certi della morte imminente.
Vigili del fuoco considerati eroi che cercavano di salvare qualche essere umano in quella che sembrava una vera e propria Apocalisse: i morti furono 2977 e le Torri gemelle divennero il simbolo della fine di ogni sicurezza e stabilità nel mondo.
All’università di Salerno, ove facevo parte di un’Associazione politico-culturale già da 4 anni, cominciò a circolare la voce che dietro agli attentati dell’11 settembre ci fosse lo zampino della stessa America.

Guardammo il film “Fahrenheit 9/11” di Michael Moore: esso non parlava di una trama immaginaria, ma era un documentario che criticava la politica estera e interna degli Stati Uniti sotto la presidenza di George W. Bush. La pellicola affrontava temi come l’11 settembre, la guerra in Iraq, i legami tra Bush e il petrolio, la creazione di gruppi come i Talebani e le conseguenze umanitarie di queste azioni, concentrandosi sulle sofferenze delle famiglie dei militari e delle vittime civili.
In molti di noi s’insinuò il dubbio che “la colpa di tutto fosse degli stessi Americani” che avevano portato alla morte quasi 3000 loro connazionali. Una cosa inconcepibile.
Diverse teorie del complotto hanno invece sostenuto che la responsabilità fosse da attribuire a soggetti diversi, ma queste versioni non sono state supportate da prove.
La verità è una sola: ciò che accade 24 anni fa ha sconvolto per sempre la nostra visione del mondo annullando la sensazione di pace duratura e di sicurezza mondiale.
Annalisa Capaldo







