
Questa mattina, a Cava de’ Tirreni, si è svolto il convegno “Emergenza educativa e la cultura del rispetto”.
Di cosa si sia effettivamente discusso durante l’incontro non posso dirlo, perché non sono stata invitata. Tuttavia, ho avuto modo di vedere le interviste rilasciate dai partecipanti, in particolare quelle dedicate al tema della violenza di genere, un fenomeno che continua a mietere vittime nel nostro Paese e che richiede interventi seri e concreti.
Purtroppo, le dichiarazioni rese pubblicamente da alcuni rappresentanti istituzionali nel corso del convegno non solo hanno minimizzato la gravità della situazione, ma hanno contribuito a un’operazione di mistificazione che non possiamo accettare.
In particolare, l’onorevole Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ha preferito utilizzare l’espressione “omicidio di donne” al posto di femminicidio, negando di fatto la dimensione sistemica e strutturale della violenza patriarcale. Il femminicidio non è un delitto generico: è l’espressione estrema di una cultura di dominio che considera le donne proprietà degli uomini. Le statistiche ufficiali dimostrano che gli autori di questi crimini appartengono in larga parte alla fascia d’età tra i 35 e i 50 anni – non ai giovani, come invece è stato sostenuto nel convegno.
Anche la lettura dei dati è apparsa fuorviante: si è parlato di dati “incoraggianti”, quando la realtà mostra tutt’altro. Ogni giorno, in Italia, si consumano atti di violenza contro le donne e il numero dei femminicidi resta allarmante. È irresponsabile e pericoloso trasmettere un’immagine di presunto miglioramento, mentre le politiche attualmente in vigore non hanno inciso in modo significativo sulla prevenzione né sulla protezione delle vittime.
A questo si aggiunge una preoccupante distorsione sul piano educativo, con l’introduzione da parte del Governo del concetto di educazione affettiva. Un’espressione che può apparire positiva, ma che nei fatti nasconde un progetto volto a promuovere la fertilità e la famiglia tradizionale, a discapito di un’autentica educazione sessuale e affettiva, fondata sull’inclusione, sul rispetto delle differenze e sul riconoscimento delle identità di genere. Questo orientamento ideologico rappresenta un grave passo indietro, che rischia di privare le nuove generazioni degli strumenti culturali necessari per costruire relazioni sane, fondate sul consenso e sul rispetto reciproco.
Preoccupa inoltre la recente dichiarazione del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha proposto chiese e farmacie come luoghi deputati alla segnalazione di violenze. Si tratta di una delegittimazione del ruolo delle istituzioni pubbliche e di una vera e propria abdicazione dello Stato alle sue responsabilità fondamentali. La lotta alla violenza di genere non può essere affidata a strutture informali o confessionali: è lo Stato che deve garantire accoglienza, protezione e giustizia attraverso presìdi pubblici, formati e accessibili.
Infine, l’ottimismo ingiustificato manifestato dal consigliere Bruno Delia, che ha definito i dati “confortevoli ”, risulta completamente scollegato dalla realtà quotidiana vissuta da tante donne. Non esiste alcuna situazione di conforto per chi subisce violenza, per chi viene ignorata dalle istituzioni, per chi continua a morire per mano di uomini che non riconoscono la sua umanità e i suoi diritti.
Di fronte a tutto questo, non possiamo tacere. È necessario un impegno concreto, serio e determinato da parte delle istituzioni, fondato su una reale consapevolezza del problema e su politiche efficaci e coraggiose nella prevenzione della violenza di genere.
Le donne non devono essere lasciate sole, né abbandonate a una narrazione distorta. Chiediamo terminologie corrette, dati trasparenti e politiche educative rispettose dei diritti di tutte e tutti.
Filomena Avagliano
Presidente della Commissione Pari Opportunità
Comune di Cava de’ Tirreni








