
Sono vicina alla madre e al papà che hanno da poco visto morire la propria neonata all’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore e torno indietro con la mente alla notte tra il 23 e il 24 gennaio del 2010, quando stavo per dare alla luce il mio secondogenito.
Nessuna donna può immaginare come si presenterà il proprio parto ed io non faccio certo eccezione: non avevo un ginecologo “fisso”, privato, ossia a pagamento, che mi seguisse.
Avevo 30 anni, non ero una primipara sconsiderata, ma se la gravidanza era fisiologicamente perfetta, il bambino cresceva bene, oltre alle analisi, il Tri-test e le 3 ecografie importanti nello studio del dottor Ferrentino ( al 3°, al 5° e al 7° mese ) reputavo uno spreco di soldi avere anche un dottore a cui sborsare periodicamente fior di quattrini. La sanità, in fondo, è pubblica e gratuita in Italia, no? Indi per cui mi recavo in ospedale e venivo visitata dal medico di turno.
Gravidanza perfetta, la data presunta del parto era giunta, il tappo mucoso l’avevo perso, il travaglio era iniziato, la luna era quella giusta.
Faceva molto freddo quella notte.
La mattina ero andata, coi tacchi, a comprare le chiacchiere alla Pasticceria Granato al Rione Gelsi ed avevo confidato alla proprietaria che in nottata avrei partorito. Lei aveva sorriso e detto in dialetto nocerino: No, impossibile, state ancora così bella!
Invece io ne ero certa, quelle erano le prime doglie, avevo già partorito Gloria e non avevo dimenticato nulla. Mia nonna, Lelena, disse bene dopo aver dato alla luce il mio papà nel 1950, a 42 anni suonati: “Gli scemi se lo scordano!”.
Infatti, alle 21 di sera già soffrivo molto e andammo in ospedale, a Nocera Inferiore, a pochi metri da casa: sentii che le infermiere, stavano ordinando le pizze, del resto era la sera tra il sabato e la domenica. Tuttavia ero piegata in due dal dolore: mi chiesero chi fosse il mio ginecologo ( a pagamento, intendevano ) ed io risposi di non averne uno fisso. Insistetti per fare un tracciato, avevo le contrazioni, ma per loro erano solo “patenze” e mi mandarono a casa. Intanto il dolore e il peso che sentivo sul bacino erano insopportabili e a mezzanotte scongiurai mia madre e mio marito di andare a prendere mia zia, che all’epoca lavorava in ostetricia e ginecologia.
Se mio figlio ed io siamo vivi lo dobbiamo a lei; quando giungemmo all’Umberto I la pizza l’avevano mangiata, il cambio turno effettuato e grazie alla presenza di mia zia mi portarono in sala travaglio, con le scarpe ai piedi. Non c’era tempo da perdere. Che qualcosa non andava l’avevo capito e pure loro. Dal tracciato del neonato intuivo una sofferenza fetale, tutte le ostetriche, compresa la zia, il dottore di turno ( era uno dei più famosi e meglio pagati ), mettevano le loro mani dentro la mia intimità e mi dicevano che il bimbo era grande. Mi avevano già rotto le acque con un arnese. Il bambino doveva nascere.
Intanto io non volevo rischiare che Alessandro morisse, avevano spento il monitor ed io mi ero insospettita, soffrivo all’inverosimile. Mi buttai come un’indemoniata giù dal lettino della sala travaglio e, accovacciata, spinsi così tanto che mi fermai solo quando sentii il piccolo giù giù, ma non potevo sapere che mio figlio avesse due giri di cordone attorno al collo e stava soffocando.
Andammo in sala parto, il medico col gomito mi fece una manovra sotto le costole di cui serbo ancora il fastidio, mi diceva di spingere ed io lo feci così disperatamente che mi si ruppero tutti i capillari sul viso, sul collo e negli occhi. A costo della mia vita avrei partorito. Ebbi un taglio enorme, circa 40 punti di sutura, Alessandro pesava 4 chili e duecento e nessuno aveva pensato di farmi un’ecografia che avrebbe pur rivelato questi due giri di cordone ombelicale o un cesareo.
Il mio bambino nacque con maschera ecchimotica, che può essere definita come un m ematoma a tutti gli effetti, e gli occhietti pieni di capillari rotti. Uno sforzo enorme da parte sua e mia. Ma eravamo vivi, per miracolo.
La cosa che mi fece più rabbia è che la mattina seguente il dottore famoso voleva colpevolizzare me, rea si essermi dissociata dal parto e di aver spinto quando non avrei dovuto, per non ammettere che mio figlio aveva il cordone tutto arrotolato al collo e più spingevo verso il basso, più risaliva.
Non riuscii ad allattare al seno, un po’ per il sangue perso, lo stress,, un pò perchè Alessandro era grande e voleva ben più del mio latte e non si attaccava in alcun modo. Dio solo sa quanto ci abbia provato, talmente tanto che lo feci denutrire e gli venne l’ittero da malnutrizione.
In breve tempo il piccolo si riprese, divenne bello, roseo, in carne. Io ci impiegai più tempo, invece, e tuttora dopo 15 anni, mi sale una tale rabbia ripensando a quanto abbiamo rischiato e che se e non ci fosse stata la zia caposala, chissà se mio figlio sarebbe nato.
Al terzo figlio, ormai attempata e provata da quest’esperienza, ho preteso il cesareo, con ricordi altrettanto nefasti.
Annalisa Capaldo







